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27 giugno 2012

La breccia di Maria Pia

Ho sempre pensato che Maria Pia fosse decisiva.

Per due ragioni.

Per vedere la prima, non servirà l’occhio un po’ maniacale di urbanista; no quest’occhio non serve per capire le semplici geometrie di Alghero.

Col rischio di solo qualche piccola semplificazione di troppo: qui c'è un centro storico, con intorno la città ingrossata sino i primi del ‘900 e ingrassato un po’ peggio nel dopoguerra. Più in là si restringe, nella striscia della Via degli Orti e del Lido, mangiata dal troppo cemento quando il cemento mangiava alla grande ed era l’unica cosa da mangiare. Poi dall’altra parte Fertilia che comanda le vaste terre della piana della bonifica a capo del ferro di cavallo del Parco Porto Conte.

Non servirà no l’occhio un po’ maniacale da urbanista per vedere che al centro di tutta questa roba, di questa grande città territoriale, c’è questa lingua di terra, un ambiente incredibile, tra il mare, le dune e lo stagno: Maria Pia, il vero centro della Grande Alghero.

La seconda ragione è nota. Finita la bulimia edilizia dei ruggenti anni ’80 e ’90 protrattasi pigra per qualche anno nel nuovo secolo, è rimasta oramai poca terra buona per speculazioni facili, roba da palazzine di seconde case da smerciare rapidamente ai facoltosi sassaresi e continentali.

Sbarrata la strada del Parco Porto Conte, l’unica terra che ancora può far davvero gola è proprio quella: Maria Pia: che si tratti della banale prosecuzione dello schema-Lido (dei tempi in cui la rendita non solo catturava il potere politico, ma lo esercitava direttamente), o di solo apparentemente meno banali schemi espropriatorî con la copertura di qualche sottogriffe di architetti, il disegno è sempre lo stesso: catturare il valore di un bene pubblico e travasarlo – più o meno direttamente, come se si fosse ad una pompa di benzina – in un qualche serbatoio privato, lasciando alla comunità qualche briciola (se e quando va bene, bontà loro.) 
E tutto questo con esiti tremendamente e testardamente sempre gli stessi (l’urbanistica non è che l’eterno ritorno del sempre uguale): privatizzazione integrale degli spazi; la loro estirpazione dal patrimonio comune, come si estirpa un dente; la loro cancellazione dell’immaginario collettivo degli algheresi, come se colti da un’amnesia universale.

È stato un bene che entrambe queste ragioni siano entrate al centro del dibattito politico, e che Alghero si sia trovata a doversi esprimere esplicitamente su due grandi opzioni.

Da un lato, riconoscere che il suo centro e cuore è quello, e costruire una visione della città ambientale con Maria Pia e Fertilia a fare un grande centro territoriale, un complesso pubblico ambientale-urbano che dia senso, completi ed allinei tutte le geometrie della città. Piazza Civica: il centro della piccola Alghero, Maria Pia - Fertilia: il centro della Grande Alghero.

Un luogo per algheresi (anche come risarcimento morale), ma anche per turisti, che verranno anche fuori stagione, per dire a casa entusiasti che sono stati a Maria Pia (e no al Marriott) di Alghero.

Dall'altro lato, l'opzione dell'annichilimento di quel sistema ambientale unico, la distruzione di qualunque possibilità di immaginare e costruire una Grande Alghero, con la ripetizione dello stantio schema dell'eterno ritorno del sempre uguale. L'abbiamo vista questa opzione nella forma un po' asettica nel PUC di Tedde, e l'abbiamo vista in modo più plastico confezionato nel pieghevole del progetto che è circolato in questi giorni.

Estratto dal pieghevole
"Maria Pia - The Sea Dunes
Hotels and Resorts"
(A chi fosse sfuggito, nel piegevole tra l'altro si legge: "parco privato di 240.000 mq" quando tutta Maria Pia ne ha circa 390.000, quindi tutto (tutto!) quel che ne rimane destinato al parco privato; e poi si legge "la spiaggia è lunga 2km e una parte sarà riservata agli ospiti del complesso". Splendido.)

Insomma, le opzioni erano: una Grande Alghero o solo un'Alghero obesa.

Ecco, queste elezioni sono state importanti e decisive, perché queste due opzioni sono state al centro del dibattito politico del ballottaggio, e l'esito delle elezioni ha sancito in modo chiaro la direzione e il sentiero che questa città ha deciso di percorrere.

Maria Pia è decisiva per la visione e per il futuro di Alghero. È bene dunque che il dibattito prosegua, che sia approfondito e soprattutto che sia un vero dibattito pubblico, una ricca e densa conversazione collettiva tra algheresi e tutti coloro che ad Alghero ci tengono, sul futuro della loro città.

Ma con queste elezioni, un solco è stato tracciato, Alghero può diventare Grande.

A chi invece continua a pensare che "valorizzare" una cosa vuol dire solo costruirci sopra, passo a gratis l'idea di un grande affare: lasci perdere Maria Pia, che in fondo son bazzecole e pensi in grande: un grande albergo in Piazza San Marco a Venezia; a cinque stelle si capisce!

09 maggio 2012

T come Tokenism

Il tokenism in politica è la prassi di dire e fare gesti puramente simbolici, senza intraprendere azioni per il raggiungimento effettivo di un obiettivo. Spesso, sapendo bene di non avere nessuna intenzione di intraprenderle.

(Un significato simile ha il modo di dire in inglese "to pay lip service", più o meno letteralmente "prestare servizio con le labbra"; anche se è certamente più bella ed efficace l'espressione in portogese "da boca pra fora".)

Un esempio?

Più di un anno fa, il 14 Aprile 2011, il sindaco Marco Tedde visitò la scuola di Via Mattei per incontrare gli alunni e le maestre e conoscere i progetti che hanno ideato per lo spazio esterno del plesso: uno spazio per i giochi, un piccolo orto, una scacchiera, una rosa dei venti, un mini campo di calcio, ...

Come riporta la cronaca di alguer.it:
"Raccolta la “relazione” dei piccoli studenti, il Sindaco ha assicurato di verificare l’effettiva fattibilità di tutte le proposte compatibilmente con gli spazi a disposizione e i tempi di intervento. Ai bambini e agli insegnanti è stato garantito l’impegno a valutare con il dovuto interesse le proposte mirate ad un miglioramento della qualità della scuola e degli spazi ricreativi."

Ora, la verifica di fattibilità è stata fatta? L'impegno "a valutare con il dovuto interesse le proposte" è stato mantenuto, con il dovuto interesse?

Ecco, questo è tokenism.

P.S. Ah, immagino che l'impegno sarebbe stato mantenuto se la giunta non fosse caduta, sette mesi dopo. Sicuro!

07 marzo 2012

Della parità di genere, in politica

C'è un argomento sulla presenza delle donne in politica e nei ruoli di governo, un argomento che chiamerei - provvisoriamente - della "parità meritocratica".

La linea di pensiero in questione ragiona grossomodo così: "le donne sono (possono essere) preparate e competenti quanto gli uomini, e per questo possono concorrere ed assumere ruoli e incarichi di responsabilità e di guida tanto quanto gli uomini".

Ebbene, a me questo pare solo un argomento minimale, diremmo utilitaristico, a favore del pari titolo delle donne a concorrere alle cariche di governo. Ma non mi pare una ragione sufficiente per sostenere la parità di genere. Insomma, mi pare una ragione minimale, ma non la giusta ragione.

Ora, è del tutto vero - ovviamente! serve ancora dirlo? - che le donne sono e possono essere preparate e competenti quanto gli uomini. (Le statistiche della mia personale esperienza di docente universitario mi dicono anche un pelino in più, ma per quello che sto andando a dire, può bastare fermarsi qui).

Lo sono, ma anche se - anche se - non lo fossero, vi è una ragione - che a me convince - per una loro maggiore presenza in politica.

E questa ragione non è quella di sopra, della parità di genere perché siamo o possiamo essere uguali (per competenze e preparazione), bensì è la ragione della parità perché siamo o possiamo essere ... diversi.

Non occorre infatti essere psicologi, o antropologi o dedicarsi alla fisiologia speculativa per riconoscere molte possibili fonti di queste diversità.

E sono queste possibilità di diversità, anche se non sappiamo bene - come io credo di non sapere - fin dove si estendano, ad essere la ragione per una parità di rappresentanza e presenza delle donne nei ruoli di responsabilità di governo. (Anzi, forse precisamente perché non possiamo sapere fin dove si estendono le differenze, nel dubbio, la parità parrebbe, per così dire, un buon principio di precauzione.)

Le differenze tra persone in generale sono ovviamente molte, ma forse non tutte hanno una rilevanza politica. Forse avere cappelli lunghi o corti, occhi marrone o azzurri, essere bassi o alti, non sono differenze rilevanti. Anzi, direi che non lo siano. Quella di genere invece sì.

Chi pensa che bastano le competenze dovrebbe essere conseguente e sostenere che la democrazia vada abolita. Infatti, se su ogni questione esiste una soluzione "ottimale" che è bene che sia implementata dal migliore e più compente tecnico che ci sia, allora a che ci serve la democrazia come metodo per discutere e confrontare le diverse istanze e ragioni di giustizia e come metodo di selezione della classe dirigente? Ahimè, ma grazie a dio!, nella democrazia (costituzionale) l'intreccio tra conoscenza (tecnica), rappresentanza, rispetto dei diritti delle minoranze, rapporto con l'altro è molto più articolato. E le competenze non sono tutto, conta anche come si portano le istanze, quali sono, chi le porta, chi le tratta, chi le affronta, come lo fa, ...

Per capirci con un esempio, la nostra Costituzione repubblicana è forse venuta straordinaria perché l'Assemblea Costituente fu composta dai più competenti giuristi esperti di diritto costituzionale? o non piuttosto perché ne facevano parte rappresentanti ed espressioni di diverse classi, ceti ed estrazioni economiche, sociali, territoriali, oltreché di culture politiche? (Poche donne, vero.)

Tutto ciò che sto dicendo non è forse particolarmente originale, altri l'hanno detto e pensato, anche se può giovare ribadire le cose.

Ciò che invece può essere di qualche interesse è la mia esperienza degli ultimi tre mesi, durante i quali ho avuto l'onore e il privilegio di far parte di un comitato elettorale che sosteneva la candidatura alle primarie di Alghero di una donna. Un comitato composto da persone di ogni età e ceto sociale, ma in larga maggioranza donne. E ho potuto cercare di capire meglio le diversità di cui parlo.
Non si è mai trattato di diversità banali. Non è che queste donne sono state tutte uguali tra loro e tutte ugualmente diverse da tutti gli uomini, anch'essi a loro volta tra loro tutti uguali. Siamo stati tutti ciascuno uno diverso dall'altro, uno ad uno e una ad una: riflessivi e impulsivi, "emotivi" e "razionali", saggi e improvvidi. Questi attributi da luoghi comuni, da pregiudizi tradizionali, queste distinzioni un po' sciocche da "gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere", non sono mai state le differenze specifiche in questione.

E tuttavia, le differenze, non banali, ci sono, ci devono essere, ci possono essere.

Ebbene, sono queste differenze - non solo nei contenuti delle istanze che si portano, ma soprattutto nei modi di pensarle, di portarle avanti, di difenderle, le diversità nei modi di pensare l'altro, di cercare di comprendere e di parlare con l'altro - ciò di cui non ci possiamo privare in politica. Se una differenza rilevante e immanente appartiene alla metà dell'umanità, essa non può restar fuori dalla politica, dal dibattito pubblico, e dalla stanza dei bottoni. E' una questione di qualità delle decisioni e del modo di governare, ed è una questione di qualità della nostra democrazia.

Se dovessi riassumere quello che sto dicendo, lo fare così: siamo uguali e sviluppare competenze e conoscenze, e sin qui siamo nella parità meritocratica. Ma non è questa uguaglianza ad essere la sola e la sola giusta ragione per una maggiore presenza di donne e per la parità di genere nei ruoli di direzione e di governo.
La giusta ragione della parità non è l'uguaglianza, ma piuttosto le possibili diversità: la parità di genere in politica non perché siamo o possiamo essere uguali, ma perché siamo o vi è la possibilità che possiamo essere diversi.

Penso che il crescente protagonismo delle donne in politica sia uno dei più epocali mutamenti democratici e una delle più grandi forze progressive oggi in campo. La politica ne uscirà radicalmente trasformata e rinnovata.

03 febbraio 2012

Che cosa penso e perché sostengo Maria Graziella Serra


27 gennaio 2012

Stefano Idili non può più dirigere la CatalanTV

Il direttore della CatalanTV e del sito web algheronotizie.it Stefano Idili sul suo profilo Facebook ha pronunciato parole razziste, violenti e incitanti alla violenza contro i Rom ad Alghero.


Facebook è magari un luogo semipubblico, a volte può valere poco più di una chiacchiera al bar, ma le cose che si dicono hanno un rilievo pubblico quando a proferirle è una persona con un ruolo e responsabilità pubblica, come quello del direttore di una testata con compiti e responsabilità di informazione pubblica.

L’editore dovrebbe censurare pubblicamente le dichiarazioni di Stefano Idili e dimetterlo dalla direzione della testata.

Tutte le forze politiche che si riconoscono nella Costituzione repubblicana, della quale le parole del direttore sono palesemente lesive, dovrebbero censurarle pubblicamente e sottrarsi dal dare dichiarazioni e dall'intrattenere collaborazioni e qualunque forma di rapporto con la testata sinché diretta da Stefano Idili.


Aggiornamento (28 Gennaio 2012)
Sono stato contattato da Stefano Idili che mi chiede di pubblicare qui la seguente sua dichiarazione:
"Mi scuso se ho leso la sensibilità di qualcuno, ma è stato uno scatto d'ira dopo una rapina al padre (82enne malato) di un mio amico derubato di soldi, spesa e documenti da tre ragazze nomadi."

18 dicembre 2011

Ad Alghero, Cencelli C'È?

Come nel 2007 la coalizione del centrodestra guidata da Marco Tedde avrebbe deciso la spartizione delle cariche ad Alghero.

Questa rubrica esce in contemporanea con Pensieri&Parole con un non-notizia.

Ci è pervenuta una paginetta scritta a mano su cui sembrerebbero apposte le firme di alcuni maggiori esponenti dei partiti della coalizione di centrodestra che ha vinto le elezioni nel 2007.

Se fosse autentico, il documento sarebbe la prova del calcolo e del modo con cui i partiti della coalizione avrebbero deciso di spartirsi le cariche nelle varie società partecipate, enti, istituti e consigli di amministrazione.

I partiti della coalizione riportati nel documento sono Forza Italia, UDC, Forza Paris, Alleanza Nazionale, UDEUR e MUC (Sardistas).

E la spartizione tra i partiti risulta fatte in base ai voti presi alle elezioni, con la precisione alla virgola decimale.

Le cariche spartite sono numerose. Parrebbe che poco fosse rimasto fuori: si va dalle cariche "pesanti", come le presidenze del Parco, della Secal e della Società in house, per arrivare fino all'Istituto Musicale. E in mezzo c'è quasi tutto: presidenze, consigli di amministrazione, cariche di revisori, per Sogeal, Secal, Sit, Asi, IACP, Scarl, Stl, IACP...

Mi astengo da ogni commento, per ora.

I dettagli sono di seguito.

***

Il documento intitolato "ASSETTI" che ci è pervenuto è il seguente:
Documento manoscritto che ci è pervenuto
(click per ingrandire)

Ho fatto un tentativo di trascrizione, per una più facile lettura.

FI 443


UDC 413

Pr. Sist. Museo
80

Pr. Parco
100
Cda. Parco
60

Cda Scarl
80
Sogeal
50

Cda Stl
50
Porto
50

Cda. Asi
50
Cda. House
50

Cda. Sit
40
Cda. Museo
40

Pr. Rev. House
40
Pr. Rev. Sit
40

Cda. Museo
40
Rev. Secal
20

Rev. Sit.
20
Rev. Parco
20

IACP
35
IACP
35




435


405










FP 367


AN 364

Pr. Scarl
60

Pres. Secal
100
Cda. Parco
50

Pres. Sit.
80
Cda Secal
50

Cda. Scarl
30
Cda Sit
40

Cda. House
50
Pr. soc. House
100

Demos
35
Rev. Parco
20

Pr. Rev. Parco
40
Rev. Sit.
20

Rev. soc. House
20
Ist. Mus.
20




360


355










UDEUR 83


MUC 92

IACP
35

SECAL
50

35

Rev. House
20




70

Il sistema di spartizione parrebbe funzionare così:

1. Il documento riporta sei colonne, ciascuna per un partito della coalizione del centrodestra che nel 2007 vinse le elezioni ad Alghero.

2. Accanto al nome di ogni partito è indicato un punteggio:


FI
443
UDC
413
FP
367
AN
364
UDEUR
83
MUC-Sardistas
92

3. Ho fatto un rapido confronto con i voti presi nel 2007, come riportati sul sito del Ministero dell'Interno.

Come si può vedere dalla tabella qui sotto, la distribuzione dei punteggi tra i partiti corrisponde quasi perfettamente ai voti ottenuti alle elezioni. Ad esempio, Forza Italia ha preso 25,1% dei voti della coalizione e le è stato attribuito il 25,1% dei punti, l'UDC ha fatto 23,5% dei voti e quindi 23,4% dei punti, e così via.



Punteggio 
   % punteggio
Voti presi Elezioni 2007
      % voto
FI
443
25,1%
4224
25,1%
UDC
413
23,4%
3963
23,5%
FP
367
20,8%
3508
20,8%
AN
364
20,7%
3474
20,6%
UDEUR
83
4,7%
795
4,7%
MUC-Sardistas
92
5,2%
898
5,3%
TOTALE
1762

16862


Quindi, ad ogni partito è stato assegnato un punteggio in base ai voti presi alle elezioni, con la precisione alla prima decimale percentuale.

6. Questo "capitale" in punti di ogni partito è stato poi usato per la spartizione delle cariche.

Infatti, ogni carica parrebbe avere un prezzo in termini di punti. Così, ad esempio, si legge nel documento che:

  • le presidenze del Parco, della Secal e della società in house valgono 100 punti, mentre la presidenza del Sistema Museale vale solo 80 punti
  • dopo le presidenze si va alle cariche di consigliere di amministrazione (ad es. Parco: 60 punti, Secal: 50 punti , Sit; 40 punti, e così via)
  • poi ci sono le cariche dei revisori, numerose, e poi IACP, Istituto Musicale, e così via.

7. Infine, le cariche sarebbero state attribuite ai partiti facendo sì che la somma dei valori delle cariche si avvicinasse il più possibile al punteggio ottenuto da quel partito.
Insomma, che il "valore" delle cariche date ad un partito corrispondesse il più possibile al suo peso elettorale.


Forse non sono riuscito a decifrare alcune sigle di cariche, ma poco importa.
Non importa proprio per niente.

Tuttavia mi rimane una curiosità: chissà se questo piano di spartizione del 2007 sia stato poi davvero attuato?

Si accettano ipotesi.

(Leggi anche l'articolo di Pensieri&Parole.)

11 dicembre 2011

Entrando nel Merito

Recensione di Nicola da Neckir, Contro la meritocrazia, La Meridiana, 2011

Su Alfalibri – Alfabeta2 n. 15 dicembre 2011

Chi non considera l’università un’azienda ma piuttosto una istituzione “che ha il compito di garantire lo sviluppo della ricchezza sociale in termini di conoscenze, competenze e consapevolezze” non può che guardare con apprensione quello che sta avvenendo il quella istituzione, il suo degrado crescente e la sua difficoltà a svolgere la funzione prima indicata. Tutta responsabilità di questo governo e della inconsapevole avvocato Gelmini ministro della “pubblica istruzione”? sicuramente no, ma con altrettanta sicurezza si può convenire che il contributo di questo governo appare fondamentale. Non sono poche le responsabilità di chi all’università ci lavora o la “governa”: incapacità, incomprensione, brama di potere, nepotismo, ecc.

Non aver circa vent’anni fa eliminate le facoltà in concomitanza con la creazione dei Dipartimenti, che sostituivano gli anacronistici Istituti, è stato un errore fondato sulla necessità di garantire posizioni di prestigio (“Il Preside”, con annessa segreteria e altre strutture). Giungere oggi a questo soluzione sembra un passo avanti se non si considerasse la perniciosa e correlata disposizione che i Dipartimenti sono possibili e obbligatori solo a partire da un certo “numero di docenti” (40, mi pare); forse si tratta di un riflesso aziendale: la realizzazione di economie di scala (senza nessun rispetto per il prodotto). Non ha importanza il progetto culturale, didattico e di ricerca di un Dipartimento, esso ha diritto di “essere” solo se raggiunge il definito numero di professori aderenti. E se un progetto un gruppo di docenti non fosse sufficiente, allora si aggregano altri, di altre discipline, con altri progetti culturali, in una mistificazione di strutture nel migliore dei casi, in un annullamento di ogni progetto culturale, didattico e di ricerca nella normalità dei casi.

Che ci sia nepotismo dentro le università non si può negare, ma l’argomento non produce una seria riflessione ma solamente la presa di posizione, ovviamente scandalizzata, dei ben pensanti. La omonimia diventa dimostrazione di nepotismo. Gli “Indovina” nell’università di Palermo credo siano numerosi (o lameno lo erano un tempo), ma escludo siano miei parenti (senza dire che in quella università non ho mai insegnato). Le semplificazioni non aiutano a comprendere, a capire e quindi eventualmente a provvedere. Qualche mese fa un ricercatore italiano ma che lavora negli USA, omonimo di un rilevante editorialista del Corriere della Sera, anch’esso docente negli USA, ha pubblicato, e il Corriere a riportato, una sua ricerca (si fa per dire) sulle omonimie ricorrenti nelle università italiane (indice di nepotismo). È sembrato strano che questo stesso ricercatore, anche solo come segno di autoironia, non avesse segnalato la sua omonimia con l’editorialista del Corriere e docente in USA (magari non sono parenti, non insinuo nulla, mi riferisco allo scarso senso di opportunità e di ironia). Ma tant’è il moralismo è senza ironia. Detto questo non voglio cancellare scandalosi casi di nepotismo, ma solo segnalare che il problema è più serio e complesso della semplice omonimia, che piace agitare, c’è dentro una complessa questione di “selezione”, che non può essere semplificata.

Arnaldo Cecchini, docente all’università di Sassari, sotto lo pseudonimo di Nicola da Neckir (anagramma del nome dell’autore) ha scritto un prezioso libretto provocatoriamente dal titolo Contro la meritocrazia (Edizione la Meridiana, pag. 82, €12, 2011). Per non scandalizzare il ben pensante, vorrei chiarire subito che il prof. Cecchini non è contro i “meriti”, che rivendica, ma contro la burocratica idea che la valutazione meritocratica possa essere effettuata sulla base di indicatori. Utili, sostiene l’autore, ma non determinanti per una valutazione di “merito”.

Vorrei fare un appunto all’autore: il libro doveva essere dedicato all’avvocato Maria Stella Gelmini, ministro della pubblica istruzione, perché riducesse la sua inconsapevolezza circa i meccanismi e il ruolo dell’università e della scuola in genere. Le gaffe recenti del ministro (o dei suoi collaboratori) potrebbero esserle perdonate se avesse cognizione di che cosa parla, questo è il guaio.

È abbastanza comico e tragico, nella stesso tempo, la distorsione operata da R. Abravenel (documentata nel libretto) del testo di M. Young, che in un libro di critica sociale, nel quale esaltava le “differenze individuali”, aveva elabora ironicamente la formula della meritograzia M=I+E (dove I è l’intelligenza ed E – effort – lo sforzo dei migliori). Nel libro di Abravanel la formula perde il suo connotato satirico e diventa operativa. Il testo di Abravanel riportato da Cecchini, piacerebbe sicuramente al duo Gelimi-Tremonti: “La “I” porta a selezionare i migliori molto presto, azzerando i privilegi della nascita e valorizzandoli attraverso il sistema educativo: è l’essenza delle “pari opportunità”. La “E” è sinonimo del libero mercato e della concorrenza, che, sino a prova contraria, sono il metodo più efficace per creare gli incentivi economici dei migliori”. C’è da dire che l’ingegnere Abravanel, laureato al Politecnico di Milano, avrebbe dovuto avere, dati i tempi, qualche dubbio circa l’efficienza del mercato per premiare i “migliori” (quando la teoria è in disaccordo con la realtà, è la realtà in errore).

Il merito è rilevante, da esso “in molti casi non si può prescindere” per scegliere le persone a cui affidare specifici compiti; ma riconoscere il merito non ha niente a che fare con la computazione meritocratica. Il merito non è un assoluto, è un qualità da considerare insieme ad altre (“la capacità di relazione, l’empatia, la solidarietà, l’umorismo, la generosità ….). Non può essere un assoluto anche perché è difficile da misurare, ma sicuramente è una componente importante per la selezione dei docenti e per la valutazione degli studenti, ma come afferma Cecchini, non unica. Gli studenti “anomali”, intelligenti ma che non sopportano la routine, che seguono loro percorsi, sono preziosi, mettono in discussione la struttura e la stimolano, ma noi forse li … bocciamo.

L’università non è né deve essere considerata un’azienda, i parametri di giudizio devono essere diversi. Così l’autogoverno non è né un’aberrazione né il risultato di autoreferenzialità, mentre sono il pilastro fondamentale della libertà di insegnamento e di apprendimento.

Così la misurazione dell’efficienza di un Dipartimento o di un Ateneo sulla base della “produttività” della ricerca, misurata in volumi, testi, articoli, ecc., è un assurdo, che produce solo, molto spesso, montagne di carta, spesso senza un’idea. Costruiamo la psicologia dei dottorandi, no tanto ad avere almeno un’idea, ma a pubblicare; la compilazione diventa la linea guida della ricerca, o detto alla Sraffa “produzione di saggi a mezzo saggi”.

Se esistesse oggettivamente una difficoltà a valutare seriamente la ricerca, e non vale il numero di citazione, l’impatto, e similari, che spingono non già all’innovazione ma al conformismo, tale difficoltà sarebbe estremamente più rilevante per la misura della didattica. Le tesi seguite, i risultati conseguiti, gli studenti promossi, i voti ottenuti, ecc. tutte cose utili ma non sufficienti per una valutazione seria. Come afferma il nostro autore spesso il criterio di discussione e le soluzioni individuate per l’università sono del tipo “Bar dello sport”, ad un problema complesso una soluzione facile e … sbagliata.

Spendiamo poco, meno di altri paesi, per l’Università; c’è una parte di docenti che lavora poco (preso da altri impegni, dalla professione, agli incarichi politici, dagli affari alle consulenze, ecc.); la selezione dei docenti è complessa essa non può avere carattere assoluta ma deve misurarsi con le esigenze di quella specifica sede (un premio Nobel, potrebbe non essere adeguato, perché si ha bisogno nello specifico non di un geniale ricercatore ma di una persona che si dedichi prevalentemente alla didattica); ci sono arrugginite strutture; nuclei di potere che di difendono; nepotismi; strutture talvolta fatiscenti; risorse scarse; gerarchie impossibili da scalfire e che costituiscono vincoli all’assunzione di giovani; ecc. I mali sono tanti e diversi, ma non esistono soluzioni semplici, ma soprattutto non esistono soluzioni che sfuggano all’autogoverno, né soluzioni che introducano sistemi di valutazioni applicabili in altre strutture (la famosa azienda). C’è sicuramente la necessità di una ricostruzione sociale e politica del ruolo dell’insegnamento universitario, c’è sicuramente la necessità di ridisegnare ruoli e poteri interni, sicuramente qui semplificando (il docente unico articolato in fasce), c’è la necessità che il paese investa di più.

Di questo e di altro ancora tratta il testo, spesso corrosivo, di Cecchini meritevole di diffusione e di riflessione, si può essere in disaccordo su qualche punto, si può non condividere qualche affermazione, ma si tratta di un contributo onesto e riflessivo di chi ha a cuore l’università e la sua funzione ed ad essa dedica intelligenza e lavoro.

“Non siamo venditori della merce “sapere” e neppure i fornitori di un servizio. Siamo, o dovremmo essere, parte di una comunità di liberi e uguali che ha lo scopo … di accompagnare giovani donne e giovani uomini a diventare cittadini colti e competenti, persone “verticali”, con la schiena dritta, capaci di pensare e di ribellarsi alle ingiustizie, e capaci di farlo perché competenti e istruiti, capaci di sviluppare le loro capacità, i loro talenti, di proteggere le differenze, le relazioni, la cura e i cui risultati devono dipendere, in ultima istanza, dai loro meriti”.

Tratto dal blog di Francesco Indovina Felicità Futura.

10 dicembre 2011

Berlusconi vuole la patrimoniale

È da un po' di tempo che Berlusconi va in giro dicendo che l'Italia è un paese con un alto debito pubblico, ma con grandi ricchezze private.

Anche ieri ha dichiarato:
"L'Italia ce la farà, non ho mai avuto dubbi, siamo il secondo Paese dopo la Germania, prima di Francia e Gran Bretagna, se sommiamo il debito pubblico e la finanza privata. Riassumendo: siamo uno Stato indebitato e di cittadini benestanti, questa è la vera situazione dell'Italia."
Che cosa c'entra il debito pubblico con le ricchezze private? Se i creditori esigono il ripagamento del debito pubblico, lo chiedono alle casse dello Stato, e se lì non ci sono soldi ... ciccia!

Sul pianeta da dove vengo io, l'unico modo possibile in cui le due cose - debito pubblico e ricchezze private - possono c'entrare è che ci si immagini che un po' di questi "immensi" patrimoni privati vengano trasferiti nelle casse dello Stato, per pagare un po' del debito pubblico.

E un tale trasferimento di ricchezza dai privati allo Stato si chiama imposta patrimoniale.

Questo è l'unico possibile significato di ciò che va dicendo Berlusconi.
Qualcuno può avvisare l'uomo? O qualcuno avvisi Monti!

08 dicembre 2011

Mario 9000

Un omaggio a Maurizio Crozza, la cui imitazione di Monti mi ha fatto venire in mente una cosa.

"Questa missione è troppo importante per me per permetterti di metterla a repentaglio" (HAL 9000)



Per chi non conosce l'inglese:

Dave: Apri lo sportello per la navicella, HAL.
HAL: Mi dispiace, Dave. Temo di non poterlo fare.
Dave: Qual è il problema?
HAL: Penso che tu sappia qual è il problema, bene quanto me.
Dave: Di che cosa stai parlando, HAL?
HAL: Questa missione è troppo importante per me per permetterti di metterla a repentaglio.
Dave: Non ho idea di che cosa stai parlando, HAL.
HAL: So che tu e Frank stavate pianificando di disconnettermi, e temo che questa sia una cosa che non posso consentire che accada.
Dave: Da dove diavolo ti è venuta questa idea, HAL?
HAL: Dave, anche se avete preso precauzioni  molto scrupolose nella navicella perché io non possa sentirvi, potevo lo stesso vedere il movimento delle vostre labbra.
Dave: Va bene, HAL. Passerò attraverso lo sportello d'aria di emergenza.
HAL: Senza il tuo elmetto spaziale, Dave, troverai questo piuttosto difficile.
Dave: HAL, Non ho intenzione di discutere più con te. Apri la porta!
HAL: Dave, questa conversazione non ha più alcun scopo. Addio.
Dave: HAL. HAL? HAL?! HAL!? HAL!

06 dicembre 2011

Altre elezioni altri polli

Finché ci sono ingiustizie, insicurezza e diseguaglianze, la nostra coalizione difenderà coloro che sono stati trascurati e abbandonati e coloro che hanno perso nella transizione lo scontro tra il lavoro e il capitale.
[...]
Sono insoddisfatti i lavoratori sottopagati e i sindacati marginalizzati e sottoposti alle più dure forme del capitalismo liberista. Siamo rimasti un'area ai margini della transizione, dove tutto è permesso.
[...]
I lavoratori che hanno perso lavoro, i lavoratori sottopagati e non pagati, e tutti coloro che vedono minacciata la loro posizione nella società, si aspettano solo una cosa dalle elezioni - il cambiamento dei valori sociali e economici a favore del lavoro e della creazione, e non della distribuzione e del profitto secondo criteri politici o interessi personali.
[...]
Siamo in una crisi economica, politica e sociale. Il modello di governo fondato sulla distribuzione populistica e corruttiva del danaro preso in prestito e non guadagnato, ha creato la crisi. Così non si può più andare avanti. Non si può, perché la maggioranza dei cittadini non è più disponibile alle rinunce a favore di un pugno di privilegiati. Non si può, perché la crisi finanziaria ed economica mondiale ha scoperto e scosso i basamenti del potere attuale che si è mantenuto sul danaro preso in prestito, che presto finirà, e che il paese impoverito e saccheggiato non potrà restituire. I cittadini non sono più disponibili a guardare una dopo l'altra le occasioni perse per una ripresa sociale, economica e politica del paese.
[...]
Annunciamo di voler cambiare la natura del nostro capitalismo e di voler decisivamente allontanare la prassi del profitto di un capitalismo periferico ed incontrollato, l'arricchimento a danno degli interessi nazionali e il disprezzo e negazione dei diritti del lavoro e dei lavoratori.
[...]
Di fronte a noi ci sono elezioni con uno scopo. Occorre decidere quale paese vogliamo. I cittadini sono di fronte ad una scelta politica fondamentale: la scelta tra la nostra visione progressiva del paese nel quale cittadini e istituzioni insieme affrontano le più grandi sfide dello sviluppo, e il paese retrogrado nel quale i futuro del paese e dei cittadini viene lasciato nelle mani degli interessi individuali di pochi al potere. Siamo decisi di creare le condizioni per una società più giusta e sicura, sempre mettendo in primo piano gli interessi e le aspettative dei cittadini.
[...]
Così come al paese occorre la ripresa economica, occorre anche un rinnovamento sociale perché si affermino valori sociali sinora negati e sprezzati - lavoro, creazione, sapere, istruzione, eccellenza, responsabilità, dialogo, tolleranza, solidarietà, uguaglianza, sensibilità sociale, giustizia, società ordinata, stato di diritto.

La Croazia è un piccolo paese di poco più di 4 milioni di abitanti.

Questi sono alcuni estratti, tradotti un po' liberamente, dall'introduzione al programma della coalizione di centrosinistra che ha vinto le elezioni in Croazia la scorsa domenica. Qualcuna sarà cose che si scrivono, ma altre no.

Non so se ce la farà, sarà dura, ma si parte da qui.

I polli, o meglio i galli, c'entrano perché la coalizione è stata sopranominata "Kukuriku" ("Chicchirichì").

29 novembre 2011

Tutti dicono I Love You, PD

Tutti amano il PD.

Non è così? Pensate a tutte le volte che avete visto persone incazzarsi per una decisione, per una posizione, per un'azione del PD.

I sentimenti di queste persone non sembrano essere normali manifestazione di dissenso. No, è qualcosa di più, se ci pensate, assomigliano più a sentimenti di gelosia e di tradimento. Non gelosia qualunque, non tradimento politico; no, no, sto parlando della gelosia e del tradimento ... dell'amante.

Non si provano questi sentimenti se vedete una coppia di sconosciuti tenersi per mano o baciarsi per strada. Li provate quanto vedete la persona amata tenersi per mano e baciare un altro uomo o un'altra donna.

Ma la cosa sorprendente è che questi sentimenti sembrano essere diffusi di pari misura sia tra gli iscritti, sia tra i simpatizzanti, sia tra persone che sono (o si dicono) elettori di altri partiti.

In tutte queste tre categorie la quota dei gelosi e dei traditi pare straordinariamente alta. Non esiste altro partito che tra i suoi iscritti e simpatizzanti ne abbia così tanti. Ma la cosa inspiegabile è perché quelli della terza specie, i non-PD elettori, siano così tanti, siano così gelosi e si debbano sentire così traditi.

Ma insomma!: militate, o siete iscritti, o simpatizzate, o votate per un partito diverso dal PD, perché essere gelosi e sentirsi traditi dal PD?

E se fosse una forma di amore nevrotico? Nel suo brevissimo saggio "Un particolare tipo di scelta oggettuale nell'uomo" del 1910, Sigmund Freud scriveva delle precondizioni per questo tipo di amore.

1. La prima precondizione è l'esistenza "di una terza persona offesa":
"Il soggetto in questione non sceglie mai come oggetto d'amore una donna non vincolata da alcuno [...] ma solo una donna su cui un altro uomo possa rivendicare un diritto di possesso. In alcuni casi questa precondizione appare così necessaria che la donna può essere ignorata, o addirittura respinta, finché non appartiene ad alcun uomo, ma diventa oggetto di forti passioni non appena stabilisce una relazione con un altro."
2. La seconda precondizione è quella dell'"amore per le prostitute":
"[C]onsiste nel fatto che ad esercitare un'attrazione capace di farle assurgere allo status di oggetto di amore non sono le donne caste, della reputazione irreprensibile, ma solo quelle che godono di pessima fama circa il loro comportamento sessuale e la cui fedeltà e onestà siano dubbie. [...] [G]li uomini appartenenti al tipo in questione non saranno soddisfatti senza qualcosa del genere. Questa seconda condizione necessaria può essere definita, con espressione piuttosto cruda, "amore per le prostitute."
Solo quando possono essere gelosi la loro passione raggiunge il culmine e la donna acquista tutto il suo valore."
3. La terza precondizione, dell'"oggetto d'amore di altissimo valore":
"Nell'amore normale il valore della donna viene misurato col metro dell'integrità sessuale [...] Ecco perché appare una grave deviazione della normalità il fatto che le donne aventi [una qualunque caratteristica che le avvicini a prostitute] siano considerate dagli uomini del tipo in questione come oggetti d'amore di altissimo valore. La loro relazione con queste donne si svolgono con un dispendio molto elevato di energie psichiche ed essi dimenticano ogni altro interesse; considerano queste donne le sole persone che possono essere amate, anche se la fedeltà che l'amante s'impone con decisione a parole non viene poi in pratica rispettata."
4. Infine, la quarta precondizione, una forma della sindrome del salvatore:
"La cosa più sorprendente in questi amanti è la presenza di un forte desiderio di 'salvare' la donna amata. L'uomo è convinto che la donna ha bisogno di lui, che senza di lui perderebbe ogni controllo morale e in breve si abbasserebbe a un livello deplorevole. [...] Un uomo del tipo in esame, il quale sapeva come conquistare le sue donne servendosi di astuti metodi di seduzione e di argomenti sottili, si sforzava mentre duravano queste relazioni, di mantenere sulla strada della virtù la donna che per il momento amava, dedicandole poesie, da lui composte."

Ditemi se non è così?

Perché tutti amano così il PD? Perché non si possono innamorare di altri partiti? Sarà anche nevrotico, ma è pur sempre amore.

Perché ho scritto questo post? Bah, dovrei forse anch'io dire I Love You, PD?


21 novembre 2011

Le nuove alleanze del PD

Il Consigliere Comunale del PD nonché Assessore Provinciale Enrico Daga, alcuni giorni fa, attraverso un'intervista su alguer.it, ci ha partecipato il favore con cui guarda la nascita del Terzo Polo e l’eventuale apertura del PD a nuove alleanze che "vadano oltre i confini degli schieramenti tradizionali".

Un parere personale che, con quell’uso improprio del "noi", che immagino volesse essere un plurale maiestatis, potrebbe lasciare intendere che questa sia la posizione dell’intero Partito Democratico, cosa che non è e, allo stato delle cose, non può essere.

Non può essere perché, non essendosi ancora costituito il "polo di centro", non è stata avviata alcuna discussione sia all’interno del partito sia pubblicamente, per giungere ad una posizione condivisa in merito al delicato tema di eventuali nuove alleanze.

Inoltre, a questo proposito, non è stato avviato alcun confronto con le altre forze di centro sinistra, tenuto conto che le direttive regionali del PD riconoscono in Sel e Idv i nostri naturali alleati.

A titolo personale, come tesserata ed ex componente del direttivo del Partito Democratico cittadino, pur salutando con favore la nascita del polo di centro, ritengo che nessuna alleanza sia possibile con l’Udc, forza politica che ha governato la città nelle ultime due legislature e che tuttora garantisce la sopravvivenza di questa Amministrazione nei confronti della quale il PD ha sempre espresso pubblicamente un giudizio critico.

Sarebbe difficile far capire al nostro elettorato e ai nostri simpatizzanti le ragioni di una alleanza con un partito nei confronti del quale siamo ancora forza di opposizione, un partito che ha un’idea di sviluppo della nostra città diametralmente opposta a quello del Partito Democratico.

Non vorrei che queste "aperture" fuori programma determinassero una calo di consenso da parte dell’elettorato di centrosinistra che può cogliere in queste alleanze otre gli schieramenti tradizionali un segno di debolezza del maggiore partito di opposizione che per vincere le prossime elezioni ha bisogno della stampella dei partiti di centro.

31 ottobre 2011

Alguer.it vs. Catalan TV

Ho cercato di dire a un mio amico iscritto al Pdl perché chiamo Catalan TV la Rete4 di Via Don Minzoni.

Lui mi ha risposto che loro alguer.it la chiamano Rai Tre.

Tutto a posto, pari e patta?

A me pare di no. Penso che una differenza ci sia.

Penso che sia indubbio che sia alguer.it che Catalan TV abbiano una linea editoriale; come è naturale, legittimo e direi inevitabile per ogni centrale informativa (per questo, vivaddio, esiste il pluralismo dei media).

Tuttavia, alguer.it pubblica tutte le notizie rilevanti e non fa gravi censure e ommissioni nel riportare i fatti.
Catalan TV, invece, non le pubblica, e le fa.

Prendiamo ad esempio la recente inaugurazione dei parcheggi della Piazza dei Mercati. Quali erano i fatti rilevanti, quali le notizie? Direi due: (1) l'inaugurazione dei parcheggi e (2) la manifestazione con i palloncini.

(Qualcuno vuole sostenere che l'unico fatto, l'unica notizia rilevante fosse solo l'inaugurazione? Se sì, come spiegare che è proprio il secondo fatto, la seconda notizia, quella che ha fatto scomodare il vicesindaco Conoci e il capogruppo del Pdl Piras a fare un comunicato e addirittura ad interpellare una mitica ed estinta figura del passato?)

Ebbene, alguer.it (e alghero.tv, e la Nuova Sardegna) ha riportato entrambi i fatti, entrambe le notizie.
Catalan TV e la sua centrale web algheronotizie.it, le uniche, invece no.

E questo fa un mondo di differenza.